2009 | Daniele De Angelis, “Trasgressioni Organiche”


Le intenzionalità e le modalità di realizzazione delle opere d’arte sono soggette a cambiamenti costanti, che ne modificano le apparenze, le forme e gli elementi; eppure un’onda persistente, come una radiazione di fondo, collega ininterrottamente le realizzazioni espressive dell’uomo. In quest’ottica, le parole di Roland Barthes, scritte in un saggio sulla pittura di Arcimboldo, si adattano con immediatezza ai lavori digitali di Giulia Corradetti, instaurando, al contempo, un legame concettuale con l’arte del pittore cinquecentesco. La meraviglia avvertita dall’occhio, dallo sguardo che per meglio vedere e conoscere si perde nelle minuzie – scomponendo e ricomponendo una realtà multiforme, è la sensazione predominante davanti a opere nelle quali la commistione, e fusione di elementi differenti, è la caratteristica principale. Tutto sembra naturale e logico, o almeno possibile: dai paesaggi alle piante, dalle forme ai colori, anche se nulla, nella propria interezza, lo è. Il procedimento è sottile e non passa per stravolgimenti irrazionali, ma per accumuli di sostanze reali e concrete, assemblate in insiemi impossibili. Il particolare diviene così legame con ciò che si conosce e, ugualmente, componente di una totalità altra, esterna alla natura, perchè frutto di immaginazione e tecnica. Come un botanico Giulia Corradetti appunta, in scatti fotografici, dettagli di fiori e piante che, riversati nel computer, diventano il materiale concreto delle sue opere. Rielaborando digitalmente colori, texture e forme di vegetali colti dal vero, e inserendone altri creati virtualmente, l’artista giunge a composizioni nelle quali il reale e il fittizio si fondono, in una continuità all’apparenza indiscernibile. I nuovi vegetali, così originati, hanno l’aspetto di curiose piante grasse o sconosciuti anemoni marini di barriere coralline, dai colori accesi e appariscenti, lontani da ciò che si conosce e, tuttavia, a esso stranamente vicini. Queste entità richiedono, infatti, come nella pittura di Arcimboldo, di avvicinare e allontanare lo sguardo con attenzione, più e più volte, in modo tale da scindere l’unità nelle singole parti che la compongono. Si palesa, allora, un universo proteiforme, dove fusti, foglie e spine, di generi diversi, sono affiancati in maniera mimetica ma sempre riconoscibili nella propria individualità. Nella compiuta organicità compositiva, i singoli elementi non perdono la propria specificità ; il corpo principale vive dei singoli corpi, in una fusione che è equilibrio concettuale e spirituale degli opposti. Questa nuova natura è immersa in uno spazio puro e candido, come può esserlo una dimensione digitale; le piante svettano solitarie o a piccoli cespugli, nel vuoto del bianco o attorno a strutture geometriche dalle tinte vivaci, anch’esse realizzate dall’artista intagliando, con forbici e cutter, blocchi di gommapiuma. Ancora una volta naturale e artificiale, manuale e virtuale, si uniscono in maniera osmotica, dando vita a una metafisica giocosa e fantasiosa, dove il prodigio biologico è prodigio artistico.


Daniele De Angelis